Guido Petter, l'intervento alla giornata aperta

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di CGandCGand 22 Oct 2011 15:40

5 giugno 2010

Giornata aperta

Pubblicato il testo della registrazione dell’incontro a Rinascita con Guido Petter, fondatore della scuola e partigiano.

prof.Michele Crudo:
Abbiamo qui oggi Guido Petter, uno dei fondatori dei Convitti della Rinascita.
Se siamo qui oggi è perchè lui e altri, dopo aver combattuto con le armi, rischiando la vita, contro i fascisti e i nazisti, hanno deciso dopo quell’esperienza drammatica ma importante, perchè ha portato l’Italia alla liberazione dalla dittatura, hanno deciso di aprire una scuola.
E’ stato uno dei compagni di lotta di Amleto Livi, di cui la nostra scuola porta il nome.
Nella notte del rastrellamento ha vissuto gli stessi momenti.
Dopo sono tornati in città e hanno pensato, nel periodo in cui mancava tutto, di aprire una scuola.
L’idea è nata perchè durante il fascismo molti giovani non avevano avuto la possibilità di studiare.
Guido, insieme ad altri, aveva avuto la possibilità di farlo e hanno pensato di dare questa chance anche ad altri.
Molti di quelli che sono stati nei Convitti avevano combattuto i nazifascisti e Guido è stato uno dei primi insegnanti.
(Nella foto si vede Guido insegnante con alunni “grandi”).
Poi ha deciso di continuare l’esperienza dell’insegnamento a livello universitario, a Padova occupandosi di Pedagogia.
E’ un giovane di più di ottant’anni, che si è detto pronto a venire qui, nonostante l’età e gli interventi recentemente subiti.
Guido è qui oggi perchè rappresenta la linea di continuità tra passato e presente e la memoria.
Voi ragazzi avete tutto il futuro davanti e noi con i capelli grigi spesso pensiamo al passato e il passato è strettamente legato alla scuola.
Rinascita oggi è legata ai convitti fondati nel 1945. E’ una scuola che crea appartenenza e anche dei legami.
Mercoledì sono andato alla manifestazione per la difesa della Costituzione e nonostante non ci fossimo sentiti per telefono dietro lo striscione dell’IPR (qui abbiamo Angela in prima fila, presidente dell’IPR dove sono conservati tutti i documenti riferiti alla fondazione dei Convitti e dove con Lella, mia collega, abbiamo potuto ricostruire questa storia) c’erano genitori di ex-alunni, insegnanti in pensione, questo perchè c’è un sentire comune che ci lega.
Anche al 25 aprile con Bocchinfuso e altri eravamo dietro alla striscione di Rinascita. Si è avvicinata una donna e ci ha chiesto “ma voi siete realmente della scuola Rinascita? Io ho studiato nell’anno 74-75, all’epoca del passaggio; era emozionatissima all’idea che ci fosse ancora Rinascita, facendo un pezzo di corteo con noi chiedendoci come è la scuola adesso.
L’appartenenza a Rinascita non è chiusa: oggi l’identità viene vissuta per sottrazioni, lo spiego ai ragazzi: l’identità per esempio dei nazisti è per sottrazioni, elimino prima gli ebrei, poi gli zingari ecc…
Invece di aggiungere quello che portano gli altri li elimino.
Rinascita è invece basata sull’aggiunta.
Quando è stata fondata sono arrivati ragazzi di famiglia bisognose, e poi i ragazzi delle famiglie del Polesine.
Mi ricordo che quando abbiamo organizzato il primo convegno c’era un uomo delle Alpi Apuane che piangeva emozionato dicendo che a Rinascita aveva trovato il pugliese, il veneto, e li mi sono formato non perdendo più i contatti con i compagni di percorso.
L’esperienza a Rinascita è transitiva, cioè lascia passare. Voi studiate i verbi transitivi, che è una bellissima invenzione: è un verbo che lascia passare l’azione dal soggetto all’oggetto e a tutto il resto della frase.
Chi arriva a Rinascita impara a vivere questo passaggio: accumula, aggiunge e lascia attraversare, perchè l’identità è un processo che si costruisce.
Vi faccio un esempio: se nella vostra classe avete un portatore di handicap e fate tutto il possibile perchè possa essere aiutato e possa raggiungere gli stessi vostri obiettivi, voi avete aggiunto qualcosa alla vostra identità e l’avete fatta passare dentro di voi.
Se dentro la classe avete uno che tifa per una squadra differente dalla vostra e voi fate il tifo per la vostra squadra ma non contro la sua, perchè sapete che ci possono essere altre
squadre, questa è un identità transitiva. il tifo “contro” porta all’appartenenza che esclude, per sottrazioni.
Vi ho fatto alcuni esempi perchè noi portiamo dentro la ns. esperienza la loro del 1945.
Adesso svuotate la vostra tazza di tè, intesa come contenitore d’identità, in modo che le gocce di Guido possano riempirla. Mi auguro che con la sua passione e con il suo ragionamento possa darvi qualcosa che voi possiate assorbire giorno dopo giorno, piano piano.
La parola a Guido Petter, con l’augurio di sedurre la platea per mezz’ora, folta di alunni che sono stati portati qui dicendo loro che avrebbero ascoltato parole seducenti: a te questo potere.

Petter:
Grazie per le parole e per la vostra presenza.
Sono presenti allievi, insegnanti e genitori, il racconto terrà conto della varietà del pubblico presente.
La fotografia mostrata mi vede diciottenne nelle prime giornate dei Convitti ad Affori, dove avevamo occupato un collegio che era vuoto per l’estate.
Io, appassionato di geografia astronomica, tenevo delle lezioni ai miei compagni sulle costellazioni.
Prima vorrei dire brevemente cosa è successo prima, per poi parlare della mia esperienza e poi di come vedo la scuola oggi.
Nel ‘44 c’era l’occupazione tedesca, erano risorto il fascismo con le sue bande armate, e la guerra stava attraversando l’Italia e stava risalendo, da Cassino in su.
Io mi ero appenda diplomato all’Istituto Virgilio e con alcuni miei compagni sentivo fortissimo il bisogno di non stare alla finestra ma di prendere parte a quello che stava accadendo nel mondo.
Non fu facile prendere posizione con chiarezza, perchè eravamo cresciuti nella scuola del fascismo, che presentava il duce come una persona grande, che aveva salvato l’Italia. Avevamo prove negative e positive da tutte le due parti, pensate ai bombardamenti di Milano: erano state colpite zone popolari, cose che facevano orrore e dall’altra parte le stragi dei fascisti e nazisti; a quel tempo non potevamo avere aiuto da parte degli insegnanti: quelli che erano a favore del fascismo ne parlavano e quelli contrari dovevano stare zitti, pena l’arresto.
La Prof. di storia (Calore), che verrà a insegnare ai Convitti, diede al momento del diploma ad ognuno di noi una copia di un libro di Mazzini che si intitolava “I doveri dell’uomo”.
La lettura nell’estate fu per me assolutamente chiarificatrice e mi aiutò a capire dove stava il giusto e mi permise di prendere posizione e di cominciare a entrare nella resistenza al mio paese sul Lago Maggiore e a Milano, dove lavoravo (Centrale Del Latte), fino al momento in cui mi resi conto che le attività a cui ci dedicavamo non bastavano (stampa di manifestini ecc…).
Presi la strada della montagna, alla ricerca dei reparti nella zona dell’Ossola, che ebbi la fortuna di incontrare (Brigata Garibaldi).
Fu un’esperienza fondamentale: entrai ragazzo e ne uscii pochi mesi dopo uomo.
Dovetti affrontare tanti problemi, dilemmi anche morali: è giusto organizzare agguati a un reparto che viene avanti senza affrontarli frontalmente?
A me non sembrava giusto ma per fortuna avevo un Capitano di Brigata, il Professor Luciano Raimondi, nome di battaglia “Nicola”, che mi spiegava “questi vengono avanti e sanno benissimo di essere sotto tiro, considerala un’attività lecita”.
Era stata catturata una spia, processata e messa a morte: anche questa idea che si poteva dare la morte a una persona mi turbava molto.
Tanti temi, quello del coraggio e della verità, il pensare per se stessi o la solidarietà, che si poteva sentire nei confronti degli altri ecc…
Di questa esperienza ne ho dato atto in questo libro, che è la mia testimonianza:”Ci chiamavano banditi”. Così ci chiamavano i tedeschi, non avevamo una divisa, non erano tenuti a rispettarci secondo le leggi dei prigionieri di guerra formulate a Ginevra per cui potevano metterci a morte immediatamente come poi spesso hanno fatto.
Questo titolo è derivato da una canzone partigiana che cantavamo in montagna: il primo verso diceva “che importa se ci chiamano banditi.. il popolo ci conosce suoi figli”.
Senza l’appoggio della popolazione, che ci curava nascondeva, dava da mangiare non avremmo potuto portare avanti la lotta di liberazione, e chi è stato a Invorio negli anni si è potuto rendere conto di questa presenza.

Non solo mi sono trovato di fronte a tutti questi problemi che mi hanno fatto maturare ma mi sono trovato anche di fronte a situazioni di riflessione collegiale perchè nei momenti di sosta tra una fuga e un’altra, un attacco e un altro, ci si radunava con i nostri capi per discutere sulle ragioni per le quali combattevamo cioè cosa vogliamo, non vogliamo una Repubblica, perchè il Re è stato complice del fascismo, noi vogliamo una Democrazia, una democrazia che non sia come quella che di prima del fascismo perchè era una democrazia imperfetta dove le donne per esempio non votavano, noi vogliamo invece che il voto sia esteso a tutti. Quindi si cercava di approfondire le ragioni e i valori per cui ci battevamo, che sono quelli che sono poi entrati nella Costituzione.

Questo nel caso mio era poi un lavoro portato avanti in modo più approfondito perchè ero stato incaricato di occuparmi del giornale della Brigata, un giornale che veniva battuto a macchina con la carta carbone in tante copie e poi veniva diffuso tra i vari reparti e che aveva fra le sue parti la descrizione delle imprese fatte, la testimonianza di qualche partigiano che avevo potuto intervistare e aveva una parte dedicata alle ragioni per cui combattevamo.

Analizzando queste ragioni e questi valori uno di questi era l’uguaglianza anche nei punti di partenza tra tutte le persone e noi avevamo sotto gli occhi una diseguaglianza evidentissima perchè per quanto riguarda per esempio l’accesso all’educazione alla formazione e all’istruzione c’era una profonda diseguaglianza allora in Italia: guardate io ho fatto la quinta elementare e tutti i miei compagni dopo la quinta sono andati a lavorare, come cuochi, o camerieri; soltanto io sono andato avanti, allora c’era la scuola media a cui si accedeva con un esame di ammissione, c’era la scuola di avviamento al lavoro ma moltissimi non andavano avanti.
Avevamo trovato che molti nostri Partigiani che sia erano dimostrati intelligenti pieni di iniziativa, di senso di responsabilità, coraggiosi, dopo le elementari erano andati a lavorare anche loro in fabbrica o magari nelle campagne: quindi già allora ci è balenata l’idea che bisognasse fare qualcosa per eliminare questa ingiustizia che avevamo sotto gli occhi.

E lo abbiamo fatto subito, due mesi dopo la liberazione, nel mese di giugno, luglio aprendo il primo convitto scuola della Rinascita.
C’è stato un crescendo nelle nostre motivazioni, la prima motivazione è stata questa: ma siamo stati così bene insieme fino adesso perchè dobbiamo andare ciascuno alle proprie case, cerchiamo di andare avanti a fare qualcosa insieme che sia importante; secondo quello che possiamo fare è chiamare i nostri compagni a una scuola che permetta loro prepararsi per la ricostruzione che tra poco avrà luogo e così li abbiamo chiamati e molti erano proprio delle nostre brigate dell’Ossola e abbiamo dato vita a questo primo convitto che si chiamava Convitto Scuola degli ex Partigiani, inizialmente riservato ai partigiani, poi però ci siamo accorti che c’erano i reduci di guerra e dei campi di concentramento, poi ci siamo accorti che c’erano gli orfani degli ex partigiani e quindi si è aperto anche a loro e poi ci siamo accorti che, ecco il crescendo nelle motivazioni, stavamo compiendo una esperienza di scuola nuova che poteva essere importante in sè, non soltanto perchè permetteva a i nostri compagni di riprendere gli studi, ma come esperienza di una scuola fondata sulla partecipazione democratica di tutti alle decisioni e alla gestione della scuola, quindi abbiamo anticipato di 20 anni, 40 anni quello che è avvenuto dopo il ‘68 poco per volta anche nella scuola dello Stato.

Prendere delle decisioni insieme voleva dire fare delle frequenti assemblee animatissime che duravano anche fino a mezzanotte e che davano la possibilità a tutti di prendere la parola, fare delle proposte, delle votazioni però poi c’era l’impegno di realizzare queste decisioni attraverso una partecipazione diretta da parte di tutti i membri della scuola quindi l’organizzazione di una serie di commissioni, la commissione finanziaria che doveva trovare i fondi, la commissione organizzativa che doveva provvedere per esempio alle pulizie, la commissione cultura che doveva organizzare attività culturali, la commissione biblioteca, la commissione giornale murale, la commissione giudiziaria che doveva giudicare coloro che violavano alcune delle regole che noi ci eravamo dati perchè questa comunità scolastica ha potuto vivere e svilupparsi perchè si è data molto presto uno statuto in cui sono precisati i principi fondamentali e gli obiettivi che volevamo perseguire e molto presto si è data anche un regolamento con regole che riguardavano la vita quotidiana dentro nel convitto.
Ci si è resi conto che non c’è una vera comunità democratica senza una serie di regole che dicono bene le cose che possono essere fatte e le cose che non possono essere fatte.

Poi c’era una commissione per i rapporti con l’esterno, per i rapporti con gli altri convitti perchè subito dopo il nostro, qualche mese dopo, su nostra iniziativa, ricordo di essere andato a Torino con Angelo Peroni poi a Genova, a parlare con le organizzazioni democratiche, con l’AMPI per illustrare la nostra esperienza e in modo che potessero nascere anche in altre città delle esperienze analoghe alla nostra.

Questo bisogno che ognuno avesse una responsabilità a volte assumeva caratteri buffi perchè bisognava trovare un compito per ciascuno.
Quindi si sono inventati dei compiti strani per esempio il responsabile del “dies fasti et nefasti” cioè un responsabile che alla fine della giornata doveva stabilire se quel giorno era stato positivo o negativo.
Ci sono state anche ingenuità, per esempio all’inizio c’era un direttore di giornata, dirigeva il convitto per una giornata: questo portava delle confusioni; un fornitore arrivato il giorno prima che chiedeva di parlare col direttore si trovava di fronte ad una persona diversa.
Così siamo passati al direttore di settimana, già un po’ meglio,e poi il direttore mensile e così via. Questo per quanto riguarda gli aspetti organizzativi e la partecipazione democratica.

Ma poi gli insegnati che avevamo erano insegnanti democratici che avevano partecipato alla Resistenza, vi ho parlato prima della professoressa Calori ma anche la professoressa Callegari, la professoressa Intersteiner, persone con le quali si è stabilito un rapporto quasi fraterno,cioè erano professori con i quali gli allievi formavano dei gruppi di lavoro dove gli uni insegnavano agli altri certe cose ma altri insegnavano altre cose, si trattava di persone adulte che avevano esperienze di lavoro, esperienze di responsabilità e così via.
In fondo questo rapporto con gli allievi è una atmosfera che vivo anche qua, quelle volte che ho partecipato a qualche gita con voi per esempio ad Invorio, si è sentita questa vicinanza tra allievi e insegnanti.

Un carattere importante della preparazione era la preparazione storica, perchè noi pensavamo che i nostri compagni dovessero esser aiutati a crescere sì intellettualmente, a imparare una professione, ma anche dovessero essere aiutati a crescere come persone responsabili, cittadini che sanno da dove si viene e sanno quindi dove si deve andare, quindi la storia aveva un posto importante nella nostra scuola così come aveva un ruolo importante anche la partecipazione alla vita sociale.

Alla domenica per un certo periodo, dopo una settimana di duro lavoro, andavamo la mattina della domenica, a spalare le macerie all’ospedale maggiore di Milano, quello che adesso è l’Università.
Durante l’estate del ’47 siamo andati a Praga, una delegazione del convitto, a portare una mostra sulla Resistenza che era stata fatta da Albe Steiner un grande grafico che lavorava con noi dentro il convitto dove era stata costituita anche una cooperativa di grafica e allora pensate a Praga abbiamo incontrato altri studenti, Russi, Francesi, Americani, Inglesi: non era ancora incominciata la guerra fredda non era caduta la cortina di ferro, e con loro siamo andati a Varsavia a spalare le macerie di quella città che era un deserto.

Diciamo che non ci siamo chiusi in noi stessi ma partecipavamo alla vita sociale per esempio partecipavamo ai dibattiti che si tenevano in piazza Duomo nell’imminenza del
referendum del ’46: repubblica o monarchia?
Allora non c’era la televisione si discuteva andando in piazza, la piazza era piena di gruppetti e in quei gruppetti qualcuno di noi c’era sempre.

Nel ’48 c’è stato un cambiamento radicale nel clima italiano, il governo di unità nazionale, il governo del CLN quello che proveniva dalla resistenza ha dovuto lasciare il posto ad altri governi in cui le forze, molte forze che avevano fatto la resistenza venivano escluse e quindi tutto ciò che sapeva o proveniva dalla resistenza veniva guardato con sospetto e quindi il governo che ci aveva aiutato in precedenza dandoci delle sovvenzioni per ogni allievo presente nel convitto, lasciandoci le sedi che avevamo occupato,che erano in genere le sedi dei gruppi fascisti precedenti e anche dandoci il comando di alcuni docenti che venivano distaccati presso di noi, tutte queste cose sono venute meno e i convitti sono entrati in difficoltà, hanno dovuto uno dopo l’altro chiudere.

E’ rimasto quello di Milano, per altri anni, che aveva sia dei corsi professionali nel campo della chimica e della odontoiatria e si aveva la scuola media, la scuola media Rinascita che si era aperta, guardate che non c’era ancora la scuola media unica che verrà soltanto alcuni anni dopo e quindi noi come scuola media davamo delle borse di studio a ragazzi che superavano un concorso e quindi ricevevano i libri e il vitto e l’aiuto ad andare avanti a studiare.

Io ho insegnato in questa scuola, ho fatto anche funzione di Preside per alcuni anni e ho avviato una sorta di sperimentazione sia per quanto riguarda la vita democratica sia per quanto riguarda la partecipazione delle famiglie, alle nostre feste, alle nostre gite a Invorio oppure alla Rasa dove c’era un’altra scuola analoga alla nostra, ma anche per esempio sperimentazioni che riguardavano la musica, io so che voi avete un coro: l’ho sentito ad Invorio. Quella volta abbiamo anche noi creato un coro, ero io il direttore…abbiamo anche fatto l’esperienza del cosiddetto coro parlato cioè per esempio un coro in cui si cantano i canti della libertà, allora il coro parlato perchè il coro era pronto per cantare, veniva avanti un ragazzo e diceva, la Marsigliese, la Marsigliese è nata in questo periodo, le sue parole sono queste, spiegava l’origine e il contenuto della canzone e poi il coro la eseguiva e via via per altri canti della libertà.

Ecco questo per quanto riguarda la seconda parte. E io sono ben lieto che questa esperienza della scuola Rinascita sia continuata, si sia arricchita in molti modi: di laboratori di esperienze fatte.
Dopo che cosa ho fatto io, qual’è la mia visione della scuola di oggi che ho maturato in questi anni, attraverso questa e altre esperienze? Ho avuto modo di fare esperienze e insegnare alla scuola elementare e benchè sia andato dal 56 in avanti a Trieste e abbia cominciato la mia strada di psicologo dello sviluppo, lo psicologo dell’età evolutiva, prima a Trieste per non far danni e poi a Padova e da quel momento sempre a Padova, ho mantenuto sempre strettissimi rapporti con la scuola sia nel senso di andare a scuola a parlare con gli insegnanti, nei corsi di aggiornamento, sia andare nelle scuole a parlare coi ragazzi che per esempio avevano letto qualche mio libro come quello che vi ho indicato prima, sia nel senso di preparare testi, sussidiari, “come quando perchè” un esempio di testo di cui mi sono occupato, sia nel senso di portare a termine dei testi per la preparazione degli insegnanti.
E questo sempre, guardate fino a due giorni fa sono andato tre giorni in Ciociaria a incontrare un gruppi di insegnanti sui temi della scuola, un gruppo di genitori sui temi dei rapporti scuola famiglia e un gruppo foltissimo di ragazzi, 250 ragazzi e guardate l’emozione che si prova ascoltando 250 ragazzi che cantano “o bella ciao” tutti insieme!

Allora mi sono formato delle opinioni, che riguardano, e con questo arrivo presto a chiudere, che riguardano sia la funzione dell’insegnante sia la condizione dell’allievo, del ragazzo, sia il ruolo che possono avere le famiglie.
Allora per quanto riguarda l’insegnante ecco le mie idee le ho esposte in questo libro che si intitola proprio”il mestiere di insegnante” e cosa dico in questo libro? Dico questo:ogni insegnante, non solo quelli di lettere ma anche tutti gli altri, ha tre obiettivi di fondo nel momento in cui entra per la prima volta nella scuola ma poi ogni giorno questi obiettivi se li deve riproporre e li deve perseguire: il primo obiettivo di fondo è quello di aiutare i propri allievi a crescere come persone, questo spesso viene ignorato da tanti insegnanti che pensano che il loro compito sia finito quando hanno finito di insegnare la matematica o le scienze, no! Gli insegnanti hanno il compito di far crescere i propri allievi come persone, a sviluppare il senso di autonomia, in ogni allievo, un senso di intraprendenza, la capacità di progettare il proprio futuro, la capacità di far fronte bene agli insuccessi, non arretrando, non abbandonando ma riprovando con maggiore forza eccetera.
Una idea di sè caratterizzata da un senso di efficacia, dal senso che certe cose le sa fare e dal senso di altre, che non le sa ancora fare ma che è in grado di impararle.
Aiutare a crescere come persona vuol dire sviluppare questi tratti che riguardano il singolo individuo ma poi vuol dire aiutare a svilupparne anche altri che riguardano l’individuo in rapporto con altri, la capacità di comunicare, l’empatia, il fatto che i problemi degli altri, dell’amico diventano i tuoi problemi e senti il bisogno di intervenire per aiutarlo, il senso di solidarietà, l’accettazione di regole condivise, l’accettazione di valori che permettono di compiere delle scelte, quando siamo di fronte a certi dilemmi morali e così via.
Ecco allora ogni insegnante ha questi compiti e li svolge bene se riesce a stabilire nella sua classe una atmosfera democratica in cui assume un atteggiamento di ascolto dei bisogni presenti nei suoi allievi ma poi ha anche un atteggiamento di guida, cioè propone delle attività che vanno nella direzione di questi bisogni e ancor più li assolve se riesce a dare alla sua classe anche una strutturazione democratica.
Cioè a chiamare i suoi allievi ad assumere in prima persona delle responsabilità, in piccoli gruppi e così via.

Questo è il primo obiettivo, poi c’è un secondo obiettivo che è quello di favorire lo sviluppo culturale, delle conoscenze, dare delle abilità ma attraverso le conoscenze anche aiutare a crescere intellettualmente cioè aumentare la capacità di ragionare, di compiere delle analisi, di compiere delle sintesi utilizzando un atteggiamento di tipo valutativo, critico cioè una cosa è appoggiata all’altra e viceversa.

E poi, direi, c’è un terzo obiettivo che è quello di fare sì che le attività che presenta siano sempre colluse cioè tali da suscitare la partecipazione immediata degli allievi che ci mettano tutta la loro energia. Ecco se un insegnante persegue questi tre obiettivi, senza volerlo ne raggiunge un quarto e cioè ottiene che i suoi allievi lo stimino e gli vogliano bene perché c’è una legge psicologica di caratteri generali che dice che si vuole bene alle persone che ci aiutano a crescere.
Quindi, se un insegnante da questo aiuto in queste tre forme che ho detto, i suoi allievi non possono che stimarlo e volergli bene tutto diventa più facile nella vita di una classe.

Per quanto riguarda, invece, gli allievi io credo che essi abbiano il diritto di essere aiutati a crescere e abbiano il diritto di avere sempre delle attività motivanti, il che non significa che la scuola non debba essere anche faticosa, ma l’importante è che la fatica che si affronta sia motivata da un obiettivo considerato come importante. Dalla scuola dell’infanzia fino all’università, comunque la scuola superiore, dovrebbe essere tale da dare agli allievi, ogni giorno, anche dei momenti di felicità, quella felicità che si prova quando si apprende una cosa nuova, quando si trova la risposta ad un problema, quando si impara una nuova abilità, quando si fanno nuove amicizie.
Ecco da questo punto di vista noi dovremmo fare un passo in avanti rispetto a quelli che forse sono stati i convitti Rinascita.
Un libro che racconta la storia dei convitti era “A scuola come in fabbrica” che presentava lo studio come qualcosa di faticoso e poi è venuto un altro libro intitolato “Il dovere di studiare” ecco io a quella parola sostituirei “Il piacere di studiare” dove dobbiamo realizzare una scuola che sappia fare un passo in avanti e faccia in modo che i ragazzi ci vadano volentieri perché ogni giorno provano questo piacere d’imparare cose nuove e del crescere.

L’ultima cosa riguarda i rapporti tra la scuola e la famiglia i quali devono essere fondati sull’idea di base che l’obiettivo è uno solo, comune: aiutare l’allievo o il figlio a crescere. Allora anche la distinzione fra la scuola che da l’istruzione e la famiglia che da l’educazione viene a cadere perché la scuola da istruzione e educazione ma anche la famiglia può dare educazione e istruzione se i rapporti con la scuola sono organizzati in modo tale che l’attività fatta a scuola trovi un suo prolungamento a casa nella famiglia e se la famiglia decide di rivivere la propria esperienza scolastica, a partire dalla scuola elementare in avanti, insieme con il figlio, ovviamente un’esperienza scolastica diversa da quella che aveva fatto tempo prima, ma, proprio per questo motivo, interessante e tale da legare affettivamente al proprio figlio.
E poi i rapporti possono essere anche di un altro tipo: la partecipazione alle iniziative che la scuola organizza, le feste, le passeggiate, i saggi, i cori e via dicendo, la presenza dei genitori dentro la scuola per svolgere certe attività, illustrare il loro lavoro o dare il loro contributo, l’organizzazione delle famiglie di una scuola in una associazione come per fortuna è accaduto nel caso vostro.
Ecco io ho questa idea oggi di scuola, concludo dicendo che benchè mi sia da tanti anni dedicato alla psicologia pur mantenendo rapporti stretti con le varie scuole in generale ho mantenuto dei rapporti seri anche con questa esperienza dei convitti Rinascita perchè sapete che la scuola media Rinascita è una figliazione dei convitti ma abbiamo un altro ente che è nato dai convitti scuola e che è l’Istituto Pedagogico della Resistenza che è nato nel 1974 formato da insegnanti e allievi di quei convitti scuola e che oggi per fortuna ha cooptato molte forze giovani e che ha come compito di far conoscere la storia contemporanea e di far conoscere soprattutto la Resistenza nelle scuole e di battersi perchè la scuola assuma sempre più questo carattere di una scuola organizzata in modo democratico e fondata su un rapporto particolare tra insegnanti e allievi e coinvolga poiu anche le famiglie.
Grazie per l’ascolto.

SEGUE UN LUNGHISSIMO APPLAUSO

Crudo: un applauso così dopo un concerto implica un bis. I ragazzi come era prevedibile hanno altri bisogni però penso che tra gli adulti ci siano tanti che vogliano fare delle domande. Ci sono qui giovanissimi colleghi, ci sono genitori, insegnanti andati in pensione, genitori che hanno avuto qui i figli diversi anni fa, ci sono alunni di diversi anni fa.
Noi abbiamo raccolto tantissimo dell’eredità dei convitti della Rinascita, abbiamo il coro, l’ orchestra, la responsabilizzazione attraverso i delegati di ogni classe nel consiglio dei delegati egregiamente coordinato dalla nostra collega Annalisa Callegaro e tantissime altre esperienze che hanno preso spunto da quelle esperienze di laboratori che erano all’interno dei convitti Rinascita.
Un’altra eredità abbiamo in comune con i convitti Rinascita: la lotta per resistere, per continuare ad esistere.
Noi ogni tre anni avevamo la scadenza di dimostrare che eravamo una scuola che aveva diritto di continuare a sperimentare, l’ultima lotta l’abbiamo vinta 4 anni fa entreremo nell’ultimo anno 2010/11 dovremo di nuovo dimostrare che noi abbiamo la capacità di poter continuare a sperimentare e innovare.
Dovremo presentare un progetto e aspettare l’approvazione da parte del Ministero.
Anche l’IPR ha questa eredità comune, deve continuamente resistere perchè purtroppo in questi anni si cerca di cancellare la memoria.
Per fortuna ci sono persone come Guido e tanti tanti altri che ci ricordano che il presente è il risultato del passato.
Io inviterei Angela (Persici) per dire che c’è un ostacolo che stanno superando.

Angela Persici: non ero preparata…Guido Petter è il nostro presidente onorario per noi giovani, anche se io ho 54 anni, però siamo la generazione che ha il compito di traghettare quegli obiettivi che lui ci ha detto prima e per noi è uno stimolo fortissimo, uno stimolo che probabilmente insieme agli altri soci fondatori dell’Istituto che erano tutti i suoi compagni di avventura all’interno dell’esperienza dei convitti scuola di Rinascita sono in fondo il carburante per me e per tutti i soci giovani dell’Istituto.
Carburante perché l’IPR è sotto scacco da ben 10 anni, e abbiamo dimostrato probabilmente di avere ereditato nel dna una buona dose di capacità di resistenza quotidiana.
Non vi tedio con tutta la parte legale, giuridica, le accuse che ci fanno, peraltro sono anche molto volgari perchè essere dipinti come occupanti abusivi e senza titolo dopo tutto quello che vi ha raccontato Guido, non so se voi ve lo immaginate con un’ascia alla mano, lui e i suoi colleghi, sfondare una porta e occupare una sede, non è andata assolutamente così ma questa è l’accusa che ci fanno, ma soprattutto di che cosa ci accusano, e qui sta uno dei motivi per cui noi come Istituto da tre o quattro anni ci impegniamo moltissimo nei corsi sulla storia, sulla divulgazione della Costituzione, l’ultimo l’abbiamo fatto ieri sera in casa del nemico, nel consiglio di zona 6, ci accusano di fare proselitismo antifascista.
Questo è stato scritto su alcuni quotidiani, credo di non dovervi dire altro: come fai a difenderti da una accusa così, noi abbiamo solo detto che noi siamo dentro nella Costituzione.
La Costituzione, come ci ha detto ieri il prof.Sabbioni, nell’aula consigliare del consiglio di zona 6, la nostra Costituzione non lo dichiara ma è il frutto di una riflessione e di una lotta che è durata tanto in Italia, perchè il professor Sabbioni, lo sottolineo perchè dobbiamo in questo momento ritornare all’anno e mezzo della assemblea costituente, insegna alla Cattolica e si dichiara Cattolico e cerca di esserlo quotidianamente.
Perchè è importante questo, perchè come diceva Giudo c’erano dei momenti sia durante la resistenza, che durante i primi anni della vita dei convitti dove è necessario capire cosa si sta facendo e perchè siamo qua.
Perchè stiamo compiendo un percorso, perchè stiamo vivendo una esperienza, dove vogliamo arrivare?
L’IPR che è stato fondato da loro alla chiusura del convitto Rinascita-Livi del Giambellino,
(Anche il 115 del Giambellino perderemo probabilmente, è stato cartolarizzato.
Molti di noi che passando davanti si genuflettevano in forma di ricordo…è probabile che si perda anche la struttura fisica che è una delle poche rimaste degli 11 convitti Rinascita)
Allora perchè è importante e io non riesco a scindere, come ha ricordato anche Guido, devono rimanere: la scuola Rinascita che ha un suo percorso e deve avere un futuro in relazione alla vita della scuola, l’associazione Rinascita per il 2000 che è nata dentro alla scuola Rinascita, è nata per la verità per un motivo altro, per difendere la scuola per dare una figura e posizione giuridica alla scuola e nel tempo poi nel giro di un anno, un anno e mezzo capi che poteva avere anche altre funzioni.
L’IPR può rappresentare un corridoio più snello a proposito per esempio della divulgazione di una pedagogia della Resistenza e della Costituzione, che è un documento che ha scritto Guido e che lanceremo a breve ma anche di pedagogia sociale, cioè di intervento nelle associazioni, nei partiti, negli enti ecc.per riparlare di storia e Costituzione.
Noi non ci arrendiamo, siamo stati già oggetto di diversi procedimenti di avvio di sgombero che abbiamo ricusato e contrastato felicemente adesso siamo sul banco degli imputati, c’è un procedimento giudiziario vero e proprio con tanto di giudice,aula, avvocati e quant’altro, chiaramente abbiamo bisogno di sostegno cioè di persone che ci mettano la faccia e che dicano che vogliono che questo istituto rimanga.
L’Istituto ha pochi soci, non è stata mai fatta una campagna quantitativa dal punto di vista dell’assetto perchè si preferisce che le persone si iscrivano all’Istituto perchè riconoscono che il lavoro svolto dall’istituto e utile e serve.
Abbiamo tantissime persone che collaborano con noi, ci chiedono lavori: noi siamo tutti volontari nessuno percepisce una retribuzione, ecco adesso noi abbiamo proprio bisogno
invece del sostegno, per dimostrare alla città di Milano, soprattutto alla giunta comunale che ha deliberato il nostro…avvocato Maria…non conosco il termine giuridico, comunque la giunta comunale ha deciso di denunciarci su indicazione del consiglio comunale di Milano, anche se tecnicamente dimentico le parole.
Domani facciamo la giornata aperta dell’IPR e invitiamo chi ha tempo, domattina ci sarà uno dei fondatori Palmiro Ronzato che ha frequentato il convitto di Torino e che poi è rimasto legato alla città, nel pomeriggio parleremo come storia, abbiamo messo insieme due momenti la fondazione e la storia e il domani e parleremo della strage degli Armeni,
verrà una signora armena a raccontare.
Non ero preparata ad intervenire quindi non so cosa avrete capito!

Applauso.
Crudo: Grazie Angela.
Angela ha avuto due figli a Rinascita.
Prima parlavo di identità che somma, di identità che transita e lei è transitata con diverse identità prima come mamma, ha conosciuto Rinascita, è entrata negli organismi di gestione di Rinascita e poi avete sentito cosa fa all’IPR.
L’identità è un processo che somma non che sottrae purtroppo viviamo in una società in cui l’identità viene intesa per sottrazioni e cancellazioni.
L’IPR lo vogliono cancellare come vogliono cancellare la Costituzione.
Ma c’era una domanda, vieni qui.

Michele Ciruzzi(terza): ascoltando il Professore ho notato due parole, una il piacere di andare a scuola, allo stare a scuola allo studiare, l’altra è la partecipazione che bisogna mettere nello stare a scuola: quello che vedo un po’ tra i miei coetanei che questo piacere per la partecipazione e per la collaborazione per una comunità più grande si sta perdendo.
Secondo lei come mai?
Si sta perdendo questa voglia del singolo di mettersi in gioco per tutto il gruppo, cioè invece di andare prima a curare un grande parco a disposizione di tutti si va a curare il proprio orticello, secondo lei come mai?
E’ una mia impressione, anche rispetto alle assemblee di cui lei parlava, lunghe e partecipate, nei ragazzi vengono viste sempre di più come tempi morti, che sì ci sono, sempre troppo, si parla sempre di cose inutili, che invece servono agli studenti per far funzionare la scuola.

Petter: a me pare che non ci sia in realtà incompatibilità tra la presenza di interessi personali che uno coltiva, per esempio la lettura, la musica, e invece interessi di partecipazione collettive, possono essere presenti le une e le altre senza necessariamente entrare in conflitto, allora ciò che dobbiamo evitare è che interessi personali vivano e che gli altri poco per volta vengano meno e credo che questo dipenda molto anche dagli insegnanti e dalla scuola.
L’importante è presentare ogni volta degli obiettivi affascinanti intorno a cui si discute, chiamare a realizzare degli obiettivi, poi valutare se questi obiettivi sono stati raggiunti.

Certo lo sappiamo che possono esserci momenti di stasi, non è che possiamo sempre rimanere allo stesso livello, ce lo dicono anche i movimenti studenteschi che hanno avuto dei momenti di grande fioritura seguiti da momenti di recessione poi si sono ripresi.
Questo dipende sia dalla scuola e dagli insegnanti che da più vigili e attenti e sensibili ragazzi che ad un certo punto possono essere loro che progettano e rianimano un progetto di una comunità scolastica.

Prima poi si è parlato del resistere, è proprio il caso di richiamare Piero Calamendrei, ora e sempre Resistenza, resistenza come un atteggiamento morale di fronte ad una società e ai fatti che avvengono intorno a noi.
Guardate, nel caso della scuola io ormai ho una prospettiva lunga di decenni, indubbiamente la nostra scuola è andata avanti, pensate è venuta la scuola media unica che una volta non c’era, gli insegnanti anche delle elementari e della scuola materna vanno anche all’università, i portatori di handicap sono stati inseriti, ci sono stati tanti progressi e però ci sono periodicamente anche dei regressi per esempio il ritorno al maestro unico dopo che si era fatto un passo avanti adesso si è fatto un passo indietro.
Il fatto che sia stata abolita la Sips, cioè quella scuola di preparazione post universitaria di psicologia e pedagogia per tutti gli insegnanti qualsiasi sia la loro facoltà di provenienza: è un grosso passo indietro.
Gli ultimi provvedimenti a proposito dell’insegnamento della storia, in cui per esempio per parlare della storia del 900 i ragazzi dovranno essere arrivati in terza media con questo assurdo che i ragazzi di quinta che abitano in piazza Mazzini o in corso Garibaldi non sanno come mai queste vie sono intitolate a questi personaggi o non sanno perchè si celebra il 25 aprile o il 2 giugno o il 4 novembre ecc.
Ci sono dei ritorni, dei passi indietro e qui la parola d’ordine è proprio resistere, nella misura del possibile per impedire che di fatto questi passi indietro si realizzino, per esempio la collaborazione fra gli insegnanti è stata pensata come qualche cosa che si può mantenere anche dopo il provvedimento del ritorno al maestro unico, l’insegnamento della storia contemporanea anche in quinta elementare se un insegnate ha voglia può trovare mille occasioni per farlo e così via.

In ogni caso qui siamo di fronte ad una occasione del resistere che riguarda proprio la sede dell’IPR. Noi stiamo organizzando questa resistenza in vario modo, vi do una sola indicazione, guardate un appello che abbiamo fatto circolare nelle università è stato firmato da moltissimi professori universitari di trenta facoltà italiane, questo significa qualcosa, quando porteremo al consiglio comunale o al consiglio di quartiere un documento come questo dovranno pensarci su due volte a togliere le condizioni che hanno permesso di vivere a una istituzione di cui Milano dovrebbe essere orgogliosa.

Ultima cosa che forse è stata detta e che collega il nostri IPR con la scuola Rinascita è proprio questo documento che si intitola “Per una pedagogia della Costituzione e della Resistenza” che il nostro comitato scientifico ha elaborato e tra poco verrà fatto conoscere alle scuole italiane.

Applauso.

Bocchinfuso:
sono un docente di Rinascita, la mia è la richiesta di un consiglio.
Mi piacerebbe sapere, visto che lei prima ha parlato dello spirito di collaborazione e di motivazione che avevate quando sono nati i convitti, noi in questo momento a Rinascita stiamo vivendo un passaggio generazionale tra i docenti che sono andati in pensione e i nuovi docenti che stanno entrando a Rinascita, in che modo una scuola del genere può davvero coinvolgere in maniera consapevole i nuovi che arrivano in relazione alla storia che c’è dietro sia in una ottica pedagogica forte sia in un’ottica didattica.
Io ho in mente i tre punti che lei ha citato per quanto riguarda l’insegnante però quella storia di Rinascita in relazione all’oggi come possiamo noi recuperarla, noi nuovi docenti che arriviamo in questa scuola.

Crudo: io ho la soluzione, chiediamo il trasferimento di Guido a Milano e lo eleggiamo coordinatore.

Petter: questa possibilità c’è. L’IPR può essere uno strumento per aiutare a creare questa continuità perchè lì abbiamo la storia dei convitti e abbiamo anche delle persone che l’hanno studiata.
D’altra parte questo passaggio delle consegne può anche avvenire direttamente dai docenti che se ne vanno rispetto a quelli che vengono, direi che questo documento che prima ho citato nel momento in cui verrà diffuso potrà servire a questo: qui si dice è possibile parlare di una pedagogia della Costituzione e della Resistenza? E’ possibile perchè una scuola che si ispiri ai valori della Costituzione è una scuola della Costituzione però una scuola che si ispiri agli atteggiamenti sviluppati durante la Resistenza diciamo pone anche le condizioni perchè quei valori vengano davvero attuati vengano difesi.
Ed è proprio questo che io credo possa aiutare le nuove leve a vivere in questa luce la loro avventura di insegnanti dentro questa scuola.
Una pedagogia della Resistenza, la Resistenza cosa ci ha insegnato, ci ha insegnato che per esempio dobbiamo educare delle persone ad indignarci davanti a tutte le storture che hanno luogo intorno a noi, che possono andare dal terrorismo alla mafia, alle varie brutture di cui parlano i giornali in ogni momento.
E dobbiamo però non limitarci ad indignarci ma prendere posizione attivamente senza che altri ci dicano di farlo, avere dell’iniziativa e poi non mollare mai neppure quando tutto sembra perduto perchè bisogna anzi ancor più continuare a battersi.

Quindi secondo me è proprio possibile parlare di una scuola della Costituzione perchè si ispira a certi valori ma anche della Resistenza perchè la Resistenza ci dice come possono essere difesi e attuati quei valori.

Angela Persici: Approfitto della presenza di Guido perchè per me e per alcuni come me è importante avere un momento di critica e di analisi e di riflessione.
La domanda del prof.Bocchinfuso ha una doppia interpretazione che per te Guido che hai vissuto alcuni momenti ti porta a dare delle risposte, io ho 54 anni non ho fatto la Resistenza, non ho frequentato un convitto Rinascita nonostante ciò difendo la Costituzione, la Resistenza, i convitti Rinascita, l’IPR e ovviamente questa scuola.
La sollecitazione, la riflessione che ha posto lui secondo me ha nella tua risposta ovviamente una indicazione, un corridoio ma io credo che occorra riflettere conoscendo la storia dei convitti Rinascita anche sul concetto di dinamica.
I convitti Rinascita sono stati, da quando sono nati, nell’agosto del 45 come scuola per ex partigiani fino a diventare in sei sette mesi i convitti scuola della Rinascita quindi con un altro assetto, un altro obiettivo, però sono stati una esperienza dinamica.

Una cosa che mi preoccupa moltissimo è la staticità, allora se io riconosco nella Resistenza e nella Costituzione alcuni valori però ma devo ricordare che all’interno dei convitti l’ascolto, l’osservazione dei mutamenti sociali, i nuovi bisogni, le nuove comunicazioni, sono sempre stati affrontati all’interno dei convitti.
Faccio un esempio, il convitto di San Remo, il convitto Nuvoloni, si è inventato di sana pianta l’istituto tecnico alberghiero, non esisteva prima, ma com’è che hanno messo in piedi questa scuola? Non erano dei maghi, non erano geni, hanno semplicemente analizzato le situazioni e ci sono tutte le relazioni.
Il convitto veniva diretto da Angelo Peroni, e io che sono arrivata dopo ho capito il concetto di dinamica, cioè non erano scuole ferme, con tutta la passione e l’affetto che io ho per questa scuola guai se noi rifacessimo oggi una scuola come quella del 1945 perchè il mondo è cambiato, allora io devo recuperare quello che ha detto Giudo perchè mi riconosco e voglio che questo rimanga ma nel contempo devo essere intelligente, sveglia, forte, intraprendente, avere capacità di analisi per capire e per fare una scuola che serva a Michele e agli altri ragazzi che sono andati a caccia di salamelle.

A me è piaciuto molto l’intervento di Michele perchè io credo che nella storia che ci ha preceduto ci sono le ragioni e le radici ma noi dobbiamo assolutamente cercare di attualizzare.
Così come la scuola Rinascita attuale se fosse rimasta identica al 1975 o al 1980 non funzionerebbe.

Allora la difficoltà quale è? Nella risposta che ha dato Guido manca una cosa secondo me che è il sudore, ma il piacere del sudore, cioè è faticoso fare una scuola così.
Ogni tanto quando mi capita di parlare con qualche docente anche più giovane di lei (Bocchinfuso) mi viene una cosa dentro come uno sturm und drang che cerco di celare perchè mi dicono: “ma io ho fatto le mie ore, ho fatto le mie riunioni adesso vado a casa”:
Mi verrebbe da urlare, perchè se non ci fosse stato un passato differente, di impegno anche personale questa scuola non sarebbe arrivata al 2010, bene, male che ci piaccia o meno, allora i valori che poi sono i riferimenti (perchè la parola valore ha perso un po’ di valore) perchè la Resistenza è stata tradotta nella Costituzione? perchè i convitti scuola della Rinascita? Ma anche una attenta osservazione della realtà.
Uno dei motivi per cui l’amministrazione ce l’ha particolarmente con noi è che noi che ci chiamiamo proprio in seguito a questa osservazione. Mi sono chiesta perchè bisogna parlare di Resistenza oggi, e la seconda domanda è stata a chi parliamo di Resistenza e di Costituzione oggi.
La stragrande maggioranza delle persone che vivono in Italia non è stata toccata dalla Resistenza, non sa perchè è nata la Costituzione, allora come faccio io a spiegare perchè Giudo si è ribellato. A che cosa si è ribellato se non conosci che cosa è stato il fascismo.

Io non so voi ma io che ho 54 anni ho avuto in tutti i miei anni di scuola soltanto una insegnante che è arrivata alla seconda guerra mondiale e a qualche anno dopo, la maggior parte delle mie sorelle si sono fermate molto tempo prima, allora l’osservazione: l’IPR fa corsi di storia sul fascismo, ma non proponendo dei moduli tipo adesso te la racconto io; con tutti gli archivi che abbiamo in istituto abbiamo organizzato dei corsi di storia utilizzando il materiale prodotto durante il fascismo, perchè se no cadi nella rete, la critica ecc.
Così è per la Costituzione, noi nel giro di questi tre anni parliamo solo di Costituzione, corsi di storia sul fascismo e scuola di Costituzione.
Io credo che la sua domanda sia molto interessante perchè sposa le origini e i meriti che hanno avuto loro, noi che abbiamo accettato e ci riconosciamo in queste radici, ma dobbiamo essere capaci di motivare e affascinare, mettendo sempre, sottolineando sempre, anche il concetto di lavoro e di fatica ma per la collettività.

Crudo: vogliamo chiudere? Apriremo la lista degli insegnanti che vorranno chiedere il trasferimento di Guido due giorni alla settimana a Milano. Guido grazie tantissimo, ti ho detto prima ben tornato, ci rivedremo altre volte e mi auguro che questo incontro possa essere l’inizio di un’altra fase per la scuola Rinascita perchè adesso abbiamo bisogno di questo passaggio per avere la sperimentazione ed è un momento molto, molto delicato.
Grazie per essere venuto, domani c’è l’iniziativa all’IPR si va lì a resistere, tutto il giorno sotto il sole! Ciao arrivederci ci vediamo in giardino.

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